Il Meeting visto da Giorgio Cimbrico

Anticipare il Mennea Day per poi ripeterlo qualche giorno dopo, perché l’amore profondo e il rimpianto acre sono giochi senza frontiere del tempo, autorizzati a concedere il bis. I vecchi ricordano Pietro con molte maglie e una fu quella arancio acceso dell’Alco Rieti, al tempo della Coppa dei Campioni portata in Sabina. E ricordano anche che, un anno prima di Mosca, qui e a meno di due mesi dai prodigi di Mexico City, su questa pista che non era ancora così azzurro cielo, lui tirò via un 300 da record e chissà, qualcuno pensò che stesse preparando un altro raid, sotto i 45”, e non sarebbe stato difficile. Ma altri obiettivi erano nella sua testa, eternamente pulsante.

E così oggi si parlerà ancora di lui e non sarà un 8 settembre di sconfitta, di resa, perché, come il protagonista di uno dei più bei racconti di Hemingway, “L’invitto”, lui rimarrà sempre quello che non si arrendeva, fregato solo dalla corsa pazza delle cellule, le più spietate tra gli avversari che gli siano toccati in vent’anni passati a spingere sulla terra rossa e sulla gomma: perché Pietro ha attraversato le ere, le ha scavalcate, ha anticipato il mondo che ci sta attorno. In formato messicano, a Mosca a Bolt avrebbe ceduto mezzo metro; con il suo miglior tempo a livello del mare sarebbe andato sul podio dietro due giamaicani e lasciandosi dietro il resto del mondo. Non è asettico, più di trent’anni dopo, organizzare questo confronto virtuale: regala la sua grandezza, la sua unicità. Pone domande: se, come ricordava a sua moglie Manuela, “per me hanno fermato il telegiornale”, quanto grande sarebbe oggi la sua forza mediatica?

Sandro Giovannelli fu a lungo al suo fianco, ne condivise i momenti, gli diede sempre buoni consigli, venne travolto quando le onde del destino lo portarono via nel primo giorno di primavera. Per oggi ha voluto che qui, all’immenso coro che ne ha cantato l’addio, si unissero le voci di Alberto Juantorena, che a Rieti offrì l’ultimo galoppo da purosangue e che attraversò gli stessi anni di tuono della nostra Freccia, e di Tommie Smith, lo scardinatore del muro dei 20”, il rivoluzionario che ha meritato un monumento in bronzo per quel gesto suo (e di John Carlos) che venne ferocemente attaccato (quel podio fu un Golgota moderno, scrisse un grande giornalista), l’architetto di una fortezza che, per questo irriducibile Figlio del Sud, si trasformò in dimensione di assedio, assalto, conquista.

Lassù, ai 2200 metri, qualcuno li amava e permise loro l’approdo in una nuova sfera, quella dell’uomo che sa toccare e superare i 40 chilometri orari cedendo al ghepardo ma mettendo in imbarazzo il cavallo. Tommie regnò undici anni, Pietro il Grande mantenne la corona per quasi diciassette e neppure Michael Johnson, che gliela strappò, ebbe in sorte un dominio altrettanto esteso. Su quel 19”32 stordente si sarebbe abbattuto, dodici anni dopo, il Lampo di Usain Bolt.

E solo a nominare questi eroi e centauri, queste evoluzioni della specie, viene fuori la grandezza di chi non c’è più e che come un Prometeo della corsa aveva voluto rivelare a noi piccoli mortali che si poteva partire dal relativo della normalità per scalare l’assoluto in una vita che è stata una sfida. Dimenticarlo sarà impossibile, tramandarlo sarà un dovere. Lo è già.

Giorgio Cimbrico

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