Il Meeting visto da Giorgio Cimbrico

Incroci, intrecci, anniversari, compleanni di profumo sabino: qualche giorno fa Sydney Maree ha tagliato il traguardo dei 59 anni e tra meno di un mese Steve Ovett varcherà una soglia tonda e fondamentale nell’esistenza: sessanta spaccati per il purosangue di Brighton che al sudafricano (in tempi di apartheid ancora dura  diventato americano) concesse solo una settimana di permanenza nella cronologia del record del mondo dei 1500. E così il 3’31”24 di Colonia del 28 agosto 1983 si trasformò nel 3’30”77 di Rieti del 4 settembre, uno dei consueti giorni magici di fine estate concessi da una pista trasformata in forziere e da chi, pescando in definizioni letterarie, può esser etichettato genius loci, genio del luogo, magari anhe genio della lampada: Sandro Giovannelli. Del luogo, certo, ma anche capace di volare da un angolo all’altro del mondo, infischiandosene dell’età. Sempre fresco come l’acqua di una certa fonte che sgorga a un miglio di distanza dal Guidobaldi.
Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che parlare del meeting induce e conduce a trattare di mezzofondo veloce o prolungato. E non è la prima volta che è necessario rivolgersi alla bella definizione che di queste corse coniò Marcel Hansenne, primatista mondiale dei 1000 nel ’48 e poi eccellente giornalista: le canne dell’organo dell’atletica, capaci di trasmettere le più dolci e coinvolgenti tra le armonie. Nella sua storia ormai non lontana dal mezzo secolo, il pomeriggio reatino, concepito da chi sempre più appare come un don Chisciotte dell’atletica, generoso e visionario, ha dato respiro ai “registri” che hanno dato aria, e creato armonie assolute, agli 800, ai 1000, ai 1500, al miglio, ai 3000.
I ricordi possono inoltrarsi sino a tempi memorabili, spingersi sino agli inizi degli anni Ottanta, quando il meeting viveva la sua adolescenza e con questi acuti transitò rapidamente nella giovinezza solida e nell’età adulta, nell’autorevolezza, nell’approdo ad appuntamento al quale è difficile rinunciare, per la gradevolezza del luogo (una sorta di Hayward Field trasportato nel Lazio del nord), per la cura nella preparazione delle distanze, un campo di sfida dove ogni superficialità, ogni imprevidenza nella scelta degli scanditori di ritmo può esser pagata a caro prezzo, con uno scadimento dell’andatura, con uno smontarsi della tensione che è colonna sonora e vertebrale delle corse di media e lunga lena.
Anche quest’anno, per riecheggiare Shakespeare e il suo Enrico V, una pista per palcoscenico con i protagonisti dei Mondiali di Pechino che, prima di tuffarsi nel riposo e nell’inizio di una nuova rincorsa verso Rio olimpica, non hanno resistito a chi, negli anni, ha ricevuto le etichette di impresario teatrale, di maestro di cappella,di generoso che mai ha visto erodere la sua passione genuina. 800 e miglio,o il suo corrispettivo metrico, sono già finiti sul foglio di musica e attendono solo di essere rappresentati.
Il vecchio organizzatore del meeting di Oslo aspettava gli atleti e gli ospiti sulla porta di casa, all’ingresso del giardino dove, sui tavoli, erano ordinatamente disposti salmone e fragole con panna. Sandro Giovannelli vive i suoi momenti più intensi chiuso in un piccolo ufficio da cui sbuca con liste di partenza che sono un’invenzione, un miracolo, un lavoro in continuo e tumultuoso progresso. Tra tutte le arti, quella che più assomiglia alla sua opera è quella della miniatura, portata verso la perfezione.

Giorgio Cimbrico

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